lunedì 9 febbraio 2009

I PROGRESSI DEL CENTRO DI RICERCA MUSEALE PLART di MARIA PIA INCUTTI: LA FONDAZIONE PER LA RICERCA SULLE PLASTICHE.


da www.ildenaro.it del 7 febbraio 2009


Plart, Fondazione per la ricerca
Maria Pia Incutti:" Un passo in avanti. Ora vi spiego perchè la plastica è buona"

Ad appena un anno dalla sua inaugurazione, il Centro di Ricerca Museale Plart – nato come iniziativa privata dedicata alla ricerca scientifica, all'esposizione e alla conservazione delle opere d'arte contemporanea in materiale plastico - è divenuto una Fondazione e ha acquisito quindi lo "status" di museo d'interesse regionale con due recenti delibere della Regione Campania. Ideato dall'imprenditrice e collezionista d'arte Maria Pia Incutti, il Plart non è oggi solo un centro espositivo unico in Italia ma anche uno spazio in cui l'arte si sposa con la ricerca scientifica e l'innovazione tecnologica.
Basilio Puoti
Un importante riconoscimento pubblico per un progetto personale che ha appena un anno di vita.
La Fondazione è un grande passo, certamente. Più che una vittoria è un obiettivo che con grande orgoglio abbiamo raggiunto, non solo per merito mio ma di tutto uno staff, impegnato giorno dopo giorno in un lavoro interessante, affascinante proprio perché inedito nel suo genere.
Il mio è un progetto innanzi tutto rivolto ai giovani, sono loro a sentirsi particolarmente stimolati da questi argomenti.
Qual è stato il cammino intrapreso dal Plart per diventare Fondazione "Plart, plastiche e arte"?
Inizialmente eravamo una srl, una società di ricerca e tecnologia che sorgeva dall'idea imprenditoriale di immettersi nel mercato della ricerca e della tecnologia sul restauro plastico. L'esposizione di alcune delle opere della mia collezione si affiancava a questo progetto. Con la nascita della Fondazione le mie opere oggi sono un patrimonio museale. In Italia gli investimenti nella cultura registrano ancora un evidente gap rispetto agli altri paesi industrializzati.
Lei, da imprenditrice, sente di aver osato o era convinta che a Napoli avrebbero apprezzato e condiviso la sua idea?
Voglio essere sincera ed onesta. Nel realizzare il mio progetto non ho pensato a Napoli o a fare qualcosa per Napoli. O meglio ho pensato che il Plart andava proiettato verso il mondo. E così è stato.Se non ci fossero state le opportunità per relazionarmi oltre frontiera credo che non avrei mai iniziato questa impresa. Il Plart è l'esempio di come l'arte può avere espressioni infinite, e allo stesso tempo è la conferma di come il materiale plastico può avere molteplici usi.
Quale messaggio vuole che arrivi al visitatore che osserva le creazioni esposte nel museo?
Io penso che il mio messaggio sia molto chiaro, e cioè il patrimonio culturale va protetto, conservato, gestito. Se fino a ieri la plastica era demonizzata oggi comincia ad avere le caratteristiche di una vera e propria materia con applicazioni incredibili nell'arte, nel design, nell'ingegneria genetica, nell'ortopedia, per dirne solo qualcuna. Quello che è importante invece da un punto di vista ambientale è lavorare con la plastica buona perché oggi è la plastica "cattiva" ad inquinare la terra. Esiste invece anche la plastica "buona" che deriva dalla lavorazione del mais e da altre culture ed è biodegradabile. Questo è un altro forte messaggio che noi vogliamo trasmettere. Anche le ricerche delle Università e del Cnr vanno in questo senso: occorre sostituire alla plastica cattiva quella buona. Certo gli ostacoli ci sono, sia finanziari che politici, ma questo è un altro argomento.
Nel museo sono esposte alcune opere della sua personale collezione che in più di trent'anni è arrivata a contare all'incirca 1.500 pezzi. Che cosa l'ha spinta a collezionare con pazienza opere d'arte e di design in plastica?
La raccolta nasce da un'intuizione imprenditoriale con una matrice culturale proveniente dalla mia storia familiare Mio padre era, infatti, un uomo di grande cultura, amante dell'arte, collezionista d'opere d'avanguardia. Ho cominciato collezionando oggetti normali ma sempre guardando alla forma, al design, alla materia. Una selezione era necessaria e il mio gusto estetico mi ha guidato negli anni. Anche la collaborazione continua con il mio amico Nunzio Vitale, attento esteta, è stata fondamentale. Ma il Plart è anche centro di recupero, restauro e conservazione di oggetti in materiale plastico.
Perché è importante sostenere un progetto culturale con uno scientifico?
E' indispensabile perché la plastica se da un lato è eterna perché la molecola dura molti anni, dall'altro è di una fragilità incredibile, per lo meno lo sono le plastiche storiche. Dopo trenta o quarant'anni cominciano infatti a deteriorarsi e lo stato morfologico, deformandosi, fa perdere loro le caratteristiche originarie. Era perciò indispensabile proteggere questo patrimonio culturale che sarebbe finito altrimenti nella spazzatura aggiungendo una matrice scientifica al mio progetto: da qui la ricerca, la conservazione, il restauro.
Quanto è stato già fatto rispetto agli obiettivi del 2008?
Credo parecchio perché il laboratorio è stato completato e i professionisti sono stati formati per la ricerca e il recupero, con la collaborazione del Cnr e dell'Università di Salerno. Una preparazione professionale valida anche per il lavoro aziendale.
Quali sono, invece, gli obiettivi per il 2009?
Il nostro sogno nel cassetto è quello di realizzare un progetto multimediale coinvolgendo le università come quella di Salerno. A questo proposito stiamo già ristrutturando uno spazio con Cecilia Cecchini dell'Università La Sapienza di Roma. Un progetto che porterà in un mondo fantastico sia grandi che piccini, dove si potrà entrare in una dimensione inaspettata.
Il suo primo oggetto da collezione è stato il Bois d'Orsay comprato in mercatino di Parigi. Se non sa dirci qual è il suo pezzo preferito, ci dice almeno l'ultimo arrivato nella sua collezione?
La prima volta, in realtà, ho comprato un insieme di oggetti. Ricordo, oltre al Bois d'Orsay, un portaprofumo intarsiato dove si sentiva ancora un vecchio profumo degli anni '40, e per me fu qualcosa di meraviglioso. Così come in un portacipria si riusciva a sentire l'odore della cipria della bella époque. La mia collezione non si è mai conclusa, è in continuo divenire e si proietta nel futuro. A me piace l'idea di ricostruire la storia della plastica, e delle sue forme di design a partire dagli anni cinquanta in avanti, perché anche questo è patrimonio culturale, e in quanto tale va tutelato e conservato. E' questo il valore del Plart.

Museo e un centro d'eccellenza che lavora con Cnr e Atenei
E' il primo centro d'eccellenza in Italia dove plastica, arte, ricerca e tecnologia si fondono insieme dando vita ad un luogo unico nel suo genere: il Plart. Lo spazio è di 1000 metri quadrati e sorge al civico 48 in via Martucci a Napoli. Il progetto nasce da un'idea di Maria Pia Incutti, imprenditrice, collezionista d'arte e amministratore delPlart, dopo un'attenta riflessione e un percorso lungo e minuzioso che ha unito cultura d'impresa, passione per l'arte contemporanea e il collezionismo di oggetti ed opere d'arte in plastica, molti dei quali sono esposti nelle sale del Plart. Il Plart è uno spazio polifunzionale dedicato alla ricerca scientifica e all'innovazione tecnologica per il recupero, il restauro e la conservazione delle opere d'arte e di design in materiale sintetico. All'interno del Plart si concentrano un laboratorio di ricerca e di restauro, un'area eventi, un centro per la formazione e un'esposizione permanente di plastiche storiche provenienti dalla collezione di Maria Pia Incutti. Il Plart collabora con le università e i principali centri di ricerca e si configura come punto di aggregazione nel mondo dell'arte e del design per iniziative culturali quali mostre d'arte, convegni, laboratori creativi, workshop, dibattiti e percorsi formativi.
da www.ildenaro.it del 07-02-2009 num. 025

sabato 7 febbraio 2009

CRISI: RIFLESSIONI DOPO DAVOS di ROMANO PRODI

ROMA (6 febbraio) - Il disastro dell'economia mondiale è così grande che, al vertice di Davos, perfino i no-global non sapevano che pesci prendere. Nonostante i drammi causati dal crollo dell'economia erano infatti ben pochi a protestare. Le proteste, inoltre, non si rivolgevano verso le difficili decisioni da prendere o le spaventose ingiustizie da sanare, ma si concentravano nel contestare il fatto che a parlare di rimedi fossero soprattutto coloro che erano stati la causa della crisi. Se questo avveniva nelle strade di Ginevra e Davos non minore era la confusione nei saloni dove si svolgevano i dibattiti e le discussioni.
Tre sentimenti sono tuttavia emersi sopra tutti gli altri nei giorni di Davos, cioè un sentimento di paura, uno di imbarazzo e uno di speranza.
Il sentimento di paura è quello del protezionismo. Non solo il protezionismo sul commercio dei beni, ma anche riguardo alla circolazione dei capitali e alla mobilità della mano d'opera. Ed è una paura giustificata perché gli americani minacciano misure contro le importazioni (una sorta di buy american), i francesi sembrano orientarsi verso una politica di aiuti limitata alle imprese nazionali, e gli esempi potrebbero essere moltiplicati. Quanto al mondo del lavoro, come sta avvenendo in Gran Bretagna, la politica contro gli operai stranieri sta raggiungendo ovunque elevatissimi livelli di popolarità, se perfino un Ministro del Governo italiano ha dichiarato che i lavoratori inglesi sono un modello a cui ispirarsi. Se questo processo non viene arrestato da un coordinamento delle politiche di tutti i grande paesi, non solo la crisi si aggraverà ma ne usciremo fuori solo fra moltissimi anni.
Il secondo sentimento (di imbarazzo) riguarda il nuovo ruolo che i governi stanno assumendo nella vita economica mondiale per effetto di anni di errori politici e di mancanze etiche. Dal punto di vista politico troppi pensavano (o tentavano di farci credere) che il mercato da solo è sempre capace di riequilibrare il sistema economico e di correggerne gli errori. Per coloro che avevano seguito questa dottrina giudicandola infallibile è infatti imbarazzante dover ammettere la necessità di un massiccio intervento dello stato per impedire che le banche (e di conseguenza le imprese) crollino come castelli di carta. L'allargamento dell'intervento pubblico appare quasi la soluzione di ogni problema. Siamo ormai arrivati all'assurdo che proprio coloro che in passato avevano sostenuto necessario il ruolo dello stato come arbitro autorevole e severo del quadro economico debbano ora adoperarsi perché l'intervento pubblico non diventi troppo pesante e non pregiudichi il necessario funzionamento del mercato.Essere arbitro autorevole e severo significa oggi applicare regole e comportamenti etici che sono stati ignorati o calpestati nei passati due decenni. Non esiste infatti un'economia senza regole e senza la forza di chi le faccia rispettare.
Il terzo sentimento (quello di speranza) riguarda il ruolo futuro dell'Europa. Un'Europa che era nata non solo per creare sviluppo, ma anche per costruire una politica di maggiore equilibrio fra paesi ricchi e paesi poveri e per dare un minimo di sicurezza a tutti i propri cittadini, anche e soprattutto nei momenti di difficoltà. Un'Europa che è nata per promuovere il mercato ma anche per proteggere i cittadini dalle sue mancanze e dai suoi errori. Un'Europa in cui stato e mercato giocano un ruolo distinto ma complementare e sono entrambi sottomessi a precise regole e in cui la protezione dei più deboli nei momenti di difficoltà non deriva dalla carità o da buoni sentimenti, ma da obblighi di comportamento collettivo e dal riconoscimento dei diritti delle persone. Nel primo dopoguerra per definire il modello europeo, si usava la definizione di "economia sociale di mercato". È una terminologia un po' antica ma che rende bene l'idea della direzione da tenere in questo momento critico e del ruolo di equilibrio che l'Europa potrà e dovrà svolgere nel mondo.
Vorrei concludere con una riflessione finale che non mi appare inappropriata.
Pochi giorni fa si è svolto negli Stati Uniti il famoso "Superbowl" l'avvenimento sportivo più seguito da tutti gli americani.Basti pensare che i telespettatori sono solitamente superiori di numero rispetto agli americani che si recano a votare alle elezioni presidenziali. Potete immaginare quale cifra astronomica costino gli spot pubblicitari durante questo avvenimento.Ebbene i telespettatori si sono trovati di fronte a uno spazio pubblicitario (chiamato cash for gold) che offriva "la migliore valutazione" ai milioni di cittadini che erano costretti a vendere gli anelli o le collane d'oro per potere tirare avanti. Mentre un'altra pubblicità prometteva di restituire il prezzo di acquisto di un'automobile a chi fosse successivamente rimasto disoccupato. Sono questi gli aggiustamenti che noi affidiamo al mercato? Io penso di no.
Penso perciò che valga la pena di riprendere in esame e riscoprire (rinnovandolo) il vecchio modello europeo.
sabato 7 febbraio 2009. da: http: //www. il messaggero.it

martedì 3 febbraio 2009

IL PREMIO FOLLARO 2008

In preparazione del prestigioso Premio Follaro 2008, che quest'anno sarà assegnato
a don Luigi Ciotti
per il suo impegno civile e culturale nella lotta contro tutte le mafie,
la Cooperativa culturale Capuanova, con il patrocinio della Camera di Commercio di Caserta
e in collaborazione con due importanti associazioni nazionali come AISLo e Libera,
organizza un convegno sul tema:

Per affamare la camorra
Impresa sociale, sviluppo e legalità



L'incontro si terrà Venerdì 6 febbraio 2009 a CAPUA
nella sede di Palazzo Fazio - Via Seminario.

Il programma dei lavori prevede la registrazione dei partecipanti alle ore 16,00.
Alle 16,15 vi saranno i saluti di
Andrea Vinciguerra, Presidente Capuanova;
Carmine Antropoli, Sindaco Città di Capua
Mario Farina, Presidente Camera di Commercio.
Dopo la presentazione di Pasquale Iorio, OBR Campania Aislo, vi saranno le comunicazioni di Gianni Solino, Libera Comitato Don Diana
e di Vincenzo Maggioni, Preside Facoltà Economia SUN.
Seguiranno gli interventi di Donato Ceglie, Magistrato;
Imma Fedele, Presidente Agrorinasce;
Agostino Megale, Segreteria Nazionale CGIL;
Gustavo Ascione, Imprenditore;
Biagio Napolano, Portavoce Forum Terzo Settore.
L'incontro sarà concluso da Alfonsina De Felice, Assessore Regionale alle Politiche Sociali e Giovanili.

Per arricchire la serata sono previste anche alcune testimonianze significative del mondo dell'associazionismo e del volontariato, come quelle di
Suor Rita Giarretta, Casa di Rut;
di Pietro Russo, Associazione Antiraket S. Maria CV;
di Lella Palladino;
Lega Coop EVA
e dei ragazzi dell'Istituto comprensivo Pizzi di Capua.

Segreteria organizzativa: Pasquale Iorio e Andrea Vinciguerra
http://www.capuanova.it/

lunedì 26 gennaio 2009

LA GIORNATA DELLA MEMORIA: le altre iniziative nel salernitano

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Archivio di Stato di Salerno
Daltrocanto e Coordinamento Solidarietà e Cooperazione
presentano 27 gennaio - 27 febbraio 2009
Atrio dell'Archivio di Stato
Piazza Abate Conforti, Salerno



A scuola col duce
L'istruzione primaria nel ventennio fascista

a cura dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como

Attraverso una rigorosa ricostruzione storica, i pannelli, esposti per nuclei tematici - i manifesti di propaganda del regime, la vita scolastica, le materie, i temi degli alunni e le organizzazioni giovanili ecc. - ripercorrono le tappe e i momenti più significativi della scuola di regime e della sua trasformazione nel più efficace strumento per l’organizzazione del consenso di massa.

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26 gennaio, ore 11.30: Conferenza Stampa

10 febbraio, ore 16.00
L'Associazione culturale Educarteatrando di Eboli presenta
La colomba si sbaglio'

testi a cura di Alessandra Gallotta
regia di Antonio Caponigro
con
Anna Bambino
Adriana Marino
Filomena Vuocolo
Enzio Pietropinto
Raffaele Sansone
Francesco Squillante
Lucia Guarnieri
Angelo Plaitano - Chitarra
Esmeralda Ferrara - Voce soprano

domenica 25 gennaio 2009

MARTEDI 27 GENNAIO: GIORNATA DELLA MEMORIA. LE INIZIATIVE NEL SALERNITANO

Giornata della Memoria su Unis@und, la Webradio dell’Università di Salerno

“Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre nello stesso posto... Non si esce mai, per davvero, dal Crematorio”. Sono parole di Shlomo Venezia, autore del libro Sonderkommando Auschwitz. Ebreo di Salonicco, di nazionalità italiana, Shlomo Venezia è uno dei pochi sopravvissuti del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau. “Io non lo so se Dio esista o meno, personalmente non ci credo – dice Shlomo – ma ciò che è avvenuto, ciò che noi ebrei chiamiamo Shoah (annientamento) è stata la morte della ragione, e purtroppo, essa non è ancora risorta!”.
Per ricordare e non dimenticare quel raccapricciante periodo della storia, il Parlamento italiano, con legge 211 del 20 luglio 2000, ha dichiarato il 27 gennaio come giorno per commemorare le vittime dell’Olocausto. In tutta Italia numerose sono le manifestazioni, gli eventi e le cerimonie organizzate per ricordare la Shoah.
Anche le trasmissioni di Unis@und, la Webradio dell’Università di Salerno, il giorno 27 gennaio saranno interamente dedicate al “Giorno della Memoria”.
Ai microfoni di Unis@und, dalle ore 9.00 alle ore 18.00, sono previsti, tra gli altri, gli interventi di: Padre Piersandro Vanzan (Civiltà Cattolica), Oreste Mottola ( giornalista), Maria Teresa D’Alessi ( docente presso il Liceo Scientifico Pedagogico ‘T. Confalonieri’ di Campagna), l’avv. Gianfranco Maris (presidente della “Fondazione Memoria della Deportazione” e dell’Aned), rappresentanti della Comunità ebraica di Napoli, rappresentanti del Centro Documentazione Ebraica, Shlomo Venezia (autore libro Sonderkommando Auschwitz), docenti dell’Università degli Studi di Salerno.
da: http://www.12mesi.it/


Il Manifesto della "Giornata della Memoria" del 27 Gennaio 2009 organizzata dalla CGIL a Campagna in provincia di Salerno con le conclusioni di Carlo Ghezzi (Presidente Fondazione Di Vittorio).

da: www.cgilsalerno.it

Altavilla Silentina per il giorno della memoria.

La cittadina di Altavilla Silentina, in provincia di Salerno, sarà domani sera al centro della puntata del programma condotto da Tony Capuozzo “Terra”, in onda su Canale 5 alle 23.40.
Nella giornata dedicata alle vittime della Shoah anche la celebre trasmissione di approfondimento del TG5 darà spazio alla vicenda portata alla luce dal giornalista Nico Pirozzi nel libro recentemente dato alle stampe, “Fantasmi del Cilento, Da Altavilla Silentina a Lenti - Un’inedita storia della Shoah ungherese”, nel quale viene ricostruito un triste episodio della tragica pagina di storia denominata olocausto.
Secondo alcune ricerche condotte da Pirozzi trenta ebrei, originari di Lenti, una piccola cittadina del Transdanubio occidentale ungherese, alla vigilia delle grandi deportazioni dall'Europa orientale vennero in possesso – non si sa come – di altrettanti certificati trafugati dall'ufficio anagrafe del municipio di Altavilla Silentina, tra l'autunno del 1940 e l'estate del 1943. Il tentativo di dare nuova identità a queste persone e quindi di salvarle dai campi di sterminio probabilmente fu messo in atto dal Vescovo di Campagna, Giuseppe Maria Palatucci, insieme al nipote Giovanni Palatucci, questore di Fiume, che riuscirono a salvare numerose vite.
Un tentativo purtroppo non riuscito: "Era un finale prevedibile – dice Pirozzi - ma ciò nulla toglie a un così importante gesto di umanità, che se da un lato porta alla luce una storia di Giusti, dall'altro serve a rimarcare le dimensioni di una tragedia che nel suo dipanarsi è riuscita a coinvolgere due realtà così piccole e distanti, quali appunto sono Altavilla Silentina, nel Cilento, e la città di Lenti, in Ungheria".
Antonio Di Feo, Sindaco di Altavilla Silentina ribadirà, come già in altre occasioni, la volontà di tenere vivo il ricordo di queste trenta persone attraverso l’istituzione di un premio per i ragazzi che contribuisca a coltivare in loro il ricordo della Shoah.
26 / 01 / 2008 da www.ecodisalerno.com

martedì 20 gennaio 2009

IL DISCORSO INAUGURALE DEL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI D'AMERICA BARACK OBAMA IN LINGUA ITALIANA


Concittadini, oggi sono qui di fronte a voi con umiltà di fronte all'incarico, grato per la fiducia che avete accordato, memore dei sacrifici sostenuti dai nostri antenati. Ringrazio il presidente Bush per il suo servizio alla nostra nazione, come anche per la generosità e la cooperazione che ha dimostrato durante questa transizione.
Sono quarantaquattro gli americani che hanno giurato come presidenti. Le parole sono state pronunciate nel corso di maree montanti di prosperità e in acque tranquille di pace. Ancora, il giuramento è stato pronunciato sotto un cielo denso di nuvole e tempeste furiose. In questi momenti, l'America va avanti non semplicemente per il livello o per la visione di coloro che ricoprono l'alto ufficio, ma perché noi, il popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati, e alla verità dei nostri documenti fondanti. Così è stato. Così deve essere con questa generazione di americani.
Che siamo nel mezzo della crisi ora è ben compreso. La nostra nazione è in guerra, contro una rete di vasta portata di violenza e odio. La nostra economia è duramente indebolita, in conseguenza dell'avidità e dell'irresponsabilità di alcuni, ma anche del nostro fallimento collettivo nel compiere scelte dure e preparare la nazione a una nuova era. Case sono andate perdute; posti di lavoro tagliati, attività chiuse. La nostra sanità è troppo costosa, le nostre scuole trascurano troppi; e ogni giorno aggiunge un'ulteriore prova del fatto che i modi in cui usiamo l'energia rafforzano i nostri avversari e minacciano il nostro pianeta.
Questi sono indicatori di crisi, soggetto di dati e di statistiche. Meno misurabile ma non meno profondo è l'inaridire della fiducia nella nostra terra: la fastidiosa paura che il declino dell'America sia inevitabile, e che la prossima generazione debba ridurre le proprie mire. Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali. Sono serie e sono molte. Non saranno vinte facilmente o in un breve lasso di tempo. Ma sappi questo, America: saranno vinte. In questo giorno, ci riuniamo perché abbiamo scelto la speranza sulla paura, l'unità degli scopi sul conflitto e la discordia. In questo giorno, veniamo per proclamare la fine delle futili lagnanze e delle false promesse, delle recriminazioni e dei dogmi logori, che per troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.
Rimaniamo una nazione giovane, ma, nelle parole della Scrittura, il tempo è venuto di mettere da parte le cose infantili. Il tempo è venuto di riaffermare il nostro spirito durevole; di scegliere la nostra storia migliore; di riportare a nuovo quel prezioso regalo, quella nobile idea, passata di generazione in generazione: la promessa mandata del cielo che tutti sono uguali, tutti sono liberi, e tutti meritano una possibilità per conseguire pienamente la loro felicità.
Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, capiamo che la grandezza non va mai data per scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie o di ribassi. Non è stato un sentiero per i deboli di cuore, per chi preferisce l’ozio al lavoro, o cerca solo i piaceri delle ricchezze e della celebrità. E’ stato invece il percorso di chi corre rischi, di chi agisce, di chi fabbrica: alcuni celebrato ma più spesso uomini e donne oscuri nelle loro fatiche, che ci hanno portato in cima a un percorso lungo e faticoso verso la prosperità e la libertà.
Per noi hanno messo in valigia le poche cose che possedevano e hanno traversato gli oceani alla ricerca di una nuova vita.
Per noi hanno faticato nelle fabbriche e hanno colonizzato il West; hanno tollerato il morso della frusta e arato il duroterreno.
Per noi hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e Gettysburg, la Normandia e Khe Sahn.
Ancora e ancora questi uomini e queste donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato fino ad avere le mani in sangue, perché noi potessimo avere un futuro migliore. Vedevano l’America come più grande delle somme delle nostre ambizioni individuali, più grande di tutte le differenze di nascita o censo o partigianeria.
Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo il paese più prosperoso e più potente della Terra. I nostri operai non sono meno produttivi di quando la crisi è cominciata. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari della settimana scorsa o del mese scorso o dell’anno scorso. Le nostre capacità rimangono intatte. Ma il nostro tempo di stare fermi, di proteggere interessi meschini e rimandare le decisioni sgradevoli, quel tempo di sicuro è passato. A partire da oggi, dobbiamo tirarci su, rimetterci in piedi e ricominciare il lavoro di rifare l’America.
Perché ovunque guardiamo, c’è lavoro da fare. Lo stato dell’economia richiede azioni coraggiose e rapide, e noi agiremo: non solo per creare nuovi lavori ma per gettare le fondamenta della crescita. Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche, le linee digitali per nutrire il nostro commercio e legarci assieme. Ridaremo alla scienza il posto che le spetta di diritto e piegheremo le meraviglie della tecnologia per migliorare le cure sanitarie e abbassarne i costi. Metteremo le briglie al sole e ai venti e alla terra per rifornire le nostre vetture e alimentare le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole e i college e le università per soddisfare le esigenze di una nuova era. Tutto questo possiamo farlo. E tutto questo faremo.
Ci sono alcuni che mettono in dubbio l’ampiezza delle nostre ambizioni, che suggeriscono che il nostro sistema non può tollerare troppi piani grandiosi. Hanno la memoria corta. Perché hanno dimenticato quanto questo paese ha già fatto: quanto uomini e donne libere possono ottenere quando l’immaginazione si unisce a uno scopo comune, la necessità al coraggio.
Quello che i cinici non riescono a capire è che il terreno si è mosso sotto i loro piedi, che i diverbi politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non hanno più corso. La domanda che ci poniamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona: se aiuta le famiglie a trovare lavori con stipendi decenti, cure che possono permettersi, unapensione dignitosa. Quando la risposta è sì, intendiamo andareavanti. Quando la risposta è no, i programmi saranno interrotti. E quelli di noi che gestiscono i dollari pubblici saranno chiamati a renderne conto: a spendere saggiamente, a riformare le cattive abitudini, e fare il loro lavoro alla luce del solo, perché solo allora potremo restaurare la fiducia vitale fra un popolo e il suo governo.
Né la domanda è se il mercato sia una forza per il bene o per il male. Il suo potere di generare ricchezza e aumentare la libertànon conosce paragoni, ma questa crisi ci ha ricordato che senza occhi vigili, il mercato può andare fuori controllo, e che unpaese non può prosperare a lungo se favorisce solo i ricchi. Il successo della nostra economia non dipende solo dalle dimensioni del nostro prodotto interno lordo, ma dall’ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di ampliare le opportunità a ogni cuore volonteroso, non per beneficenza ma perché è la via più sicura verso il bene comune.
Per quel che riguarda la nostra difesa comune, respingiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali. I Padri Fondatori, di fronte a pericoli che facciamo fatica a immaginare, prepararono un Carta che garantisse il rispetto della legge e i diritti dell’uomo, una Carta ampliata con il sangue versato da generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondoe non vi rinunceremo in nome del bisogno. E a tutte le persone e i governi che oggi ci guardano, dalle capitali più grandi al piccolo villaggio in cui nacque mio padre, dico: sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e che siamo pronti di nuovo a fare da guida.
Ricordate che le generazioni passate sconfissero il fascismo e il comunismo non solo con i carri armati e i missili, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Capirono che la nostra forza da sola non basta a proteggerci, né ci dà il diritto di fare come ci pare. Al contrario, seppero che il potere cresce quando se ne fa un uso prudente; che la nostra sicurezza promana dal fatto che la nostra causa giusta, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell’umiltà e della moderazione.
Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta da questi principi, possiamo affrontare quelle nuove minacce cherichiedono sforzi ancora maggiori - e ancora maggior cooperazione e comprensione fra le nazioni. Inizieremo a lasciare responsabilmente l’Iraq al suo popolo, e a forgiare una pace pagata a caro prezzo in Afghanistan. Insieme ai vecchi amici e agli ex nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e allontanare lo spettro di un pianeta surriscaldato. Non chiederemo scusa per la nostra maniera di vivere, né esiteremo a difenderla, e a coloro che cercano di ottenere i loro scopi attraverso il terrore e il massacro di persone innocenti, diciamo che il nostro spirito è più forte e non potrà essere spezzato. Non riuscirete a sopravviverci, e vi sconfiggeremo.
Perché sappiamo che il nostro multiforme retaggio è una forza, non una debolezza: siamo un Paese di cristiani, musulmani, ebrei e indù - e di non credenti; scolpiti da ogni lingua e cultura, provenienti da ogni angolo della terra. E dal momento che abbiamo provato l’amaro calice della guerra civile e della segregazione razziale, per emergerne più forti e più uniti, non possiamo che credere che odii di lunga data un giorno scompariranno; che i confini delle tribù un giorno si dissolveranno; che mentre il mondo si va facendo più piccolo, la nostra comune umanità dovrà venire alla luce; e che l’America dovrà svolgere un suo ruolo nell’accogliere una nuova era di pace.
Al mondo islamico diciamo di voler cercare una nuova via di progresso, basato sull’interesse comune e sul reciproco rispetto. A quei dirigenti nel mondo che cercano di seminare la discordia, o di scaricare sull’Occidente la colpa dei mali delle loro società, diciamo: sappiate che il vostro popolo vi giudicherà in base a ciò che siete in grado di costruire, non di distruggere. A coloro che si aggrappano al potere grazie alla corruzione, all’inganno, alla repressione del dissenso, diciamo: sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che siamo disposti a tendere la mano se sarete disposti a sciogliere il pugno.
Ai popoli dei Paesi poveri, diciamo di volerci impegnare insieme a voi per far rendere le vostre fattorie e far scorrere acque pulita; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quei Paesi che come noi hanno la fortuna di godere di una relativa abbondanza, diciamo che non possiamo più permetterci di essere indifferenti verso la sofferenza fuori dai nostri confini; né possiamo consumare le risorse del pianeta senza pensare alle conseguenze. Perché il mondo è cambiato, e noi dobbiamo cambiare insieme al mondo.
Volgendo lo sguardo alla strada che si snoda davanti a noi, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi americani che in questo stesso momento pattugliano deserti e montagne lontane. Oggi hanno qualcosa da dirci, così come il sussurro che ci arriva lungo gli anni dagli eroi caduti che riposano ad Arlington: rendiamo loro onore non solo perché sono custodi della nostra libertà, ma perché rappresentano lo spirito di servizio, la volontà di trovare un significato in qualcosa che li trascende. Eppure in questo momento - un momento che segnerà una generazione - è precisamente questo spirito che deve animarci tutti.
Perché, per quanto il governo debba e possa fare, in definitiva sono la fede e la determinazione del popolo americano su cui questo Paese si appoggia. E’ la bontà di chi accoglie uno straniero quando le dighe si spezzano, l’altruismo degli operai che preferiscono lavorare meno che vedere un amico perdere il lavoro, a guidarci nelle nostre ore più scure. E’ il coraggio del pompiere che affronta una scala piena di fumo, ma anche la prontezza di un genitore a curare un bambino, che in ultima analisi decidono il nostro destino.
Le nostre sfide possono essere nuove, gli strumenti con cui le affrontiamo possono essere nuovi, ma i valori da cui dipende il nostro successo - il lavoro duro e l’onestà, il coraggio e il fair play, la tolleranza e la curiosità, la lealtà e il patriottismo - queste cose sono antiche. Queste cose sono vere. Sono state la quieta forza del progresso in tutta la nostra storia. Quello che serve è un ritorno a queste verità. Quello che ci è richiesto adesso è una nuova era di responsabilità - un riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, verso la nazione e il mondo, doveri che non accettiamo a malincuore ma piuttosto afferriamo con gioia, saldi nella nozione che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, di più caratteristico della nostra anima, che dare tutto a un compito difficile.
Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.
Questa è la fonte della nostra fiducia: la nozione che Dio ci chiama a forgiarci un destino incerto. Questo il significato della nostra libertà e del nostro credo: il motivo per cui uomini e donne e bambine di ogni razza e ogni fede possono unirsi in celebrazione attraverso questo splendido viale, e per cui un uomo il cui padre sessant’anni fa avrebbe potuto non essere servito al ristorante oggi può starvi davanti a pronunciare un giuramento sacro.
E allora segnamo questo giorno col ricordo di chi siamo e quanta strada abbiamo fatto. Nell’anno della nascita dell’America, nel più freddo dei mesi, un drappello di patrioti si affollava vicino a fuochi morenti sulle rive di un fiume gelato. La capitale era abbandonata. Il nemico avanzava, la neve era macchiata di sangue. E nel momento in cui la nostra rivoluzione più era in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che queste parole fossero lette al popolo: “Che si dica al mondo futuro... Che nel profondo dell’inverno, quando nulla tranne la speranza e il coraggio potevano sopravvivere... Che la città e il paese, allarmati di fronte a un comune pericolo, vennero avanti a incontrarlo”.
America. Di fronte ai nostri comuni pericoli, in questo inverno delle nostre fatiche, ricordiamoci queste parole senza tempo. Con speranza e coraggio, affrontiamo una volta ancora le correnti gelide, e sopportiamo le tempeste che verranno. Che i figli dei nostri figli possano dire che quando fummo messi alla prova non ci tirammo indietro né inciampammo; e con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia di Dio con noi, portammo avanti quel grande dono della libertà, e lo consegnammo intatto alle generazioni future.
tratto dal Corriere della Sera www.corriere.it del 20 gennaio 2009

BUON LAVORO PRESIDENTE OBAMA !

Oggi 20 gennaio 2009, si insedia a Washington BARACK OBAMA,
il 44° Presidente degli Stati Uniti d'America,
dopo aver prestato il solenne giuramento di fedeltà alla Costituzione.
"Rinnoviamo insieme l'America"
è l'invito del nuovo presidente al popolo americano.
E' anche l'invito a tutti noi a difendere con la partecipazione,
le nuove speranze di libertà, democrazia, uguaglianza che la sua elezione ha suscitato.
BUON LAVORO SIGNOR PRESIDENTE !